In che senso è sacrificio?

Don Ivo Cisar, In che senso l’eucaristia è sacrificio, da “Palestra del Clero” 73 (1994), 215-217

 

Pur ricorrendo il termine “sacrificio” più di una volta nelle preci eucaristiche, specialmente nella prima e nella terza, oltre che in varie orazioni, nell’offertorio e nelle parole della consacrazione, molti fedeli, soprattutto i giovani, non sanno che l’eucaristia è anche e principalmente sacrificio, e che cosa significhi questo termine. Si parla molto della messa come liturgia della Parola (di Dio) e come banchetto-cena, poco del fatto che essa è sacrificio. Che vi sia un cedimento al protestantesimo? Per i protestanti l’eucaristia non è sacrificio, perché porterebbe pregiudizio all’unicità del sacrificio di Gesù sulla croce. Inoltre, nel linguaggio corrente, la parola “sacrificio” ha una connotazione negativa, oltre che puramente profana, come quando si parla dei “sacrifici” fatti per i figli, ecc.

Alcuni teologi odierni danno spiegazioni erronee o incomplete del sacrificio eucaristico, o addirittura di quello in genere, anche rifiutando troppo frettolosamente, come se fosse sbagliata, la concezione del sacrificio nelle religioni. Così alcuni (Ch. Biscontin) lo descrivono come dono di Dio, vale a dire “in linea discendente”, confondendolo così con i sacramenti, mentre esso si svolge “in linea ascendente”. Si ha l’impressione che, come in generale, si esageri alla maniera protestante presentando tutto unilateralmente come dono di Dio (lo è, ma non solo), secondo i princìpi della sola gratia, sola fides, e comprimendo la parte umana. Altri teologi (come R. Falsini, in “Vita Pastorale” 1994, 2, 8) riducono il concetto di sacrificio a quello di memoriale, liquidando con disinvoltura la teologia postridentina invece di approfondirla. Certamente il sacrificio eucaristico è “sacramento”-memoriale-anamnesi di quello della croce attraverso quello della Cena: questo è vero, ma non è tutto. Molti rifiutano il concetto di sacrificio, perché pensano che esso esprima un atteggiamento sanguinario della divinità da placare mediante la morte.

Ma già biblisti come S. Lyonnet e teologi come padre Philippe de la Trinité hanno avvertito che la funzione del sangue nel sacrificio di Gesù si rifà ai “sacrifici nel sangue” dell’Antico Testamento, quali quello liberatorio dell’agnello pasquale (Es 12,3-14; cfr. Gv 19,36), quello dell’alleanza (Es 24,6-8; cfr. Eb 9,19-22; Mt 26,28 par.), quello purificatorio di propiziazione (Lv 16,14-15; cfr. 1Gv 2,2; 4,10).

Inoltre, nell’ambito della scienza delle religioni, il mio venerato Maestro mons. Giuseppe Graneris ha dimostrato, sulla scia di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino, che il fine del sacrificio e il significato originario della stessa parola “immolazione” (il senso della parola proviene dall’uso, proprio della religione romana di cospargere la vittima sacrificale con la mola salsa, mistura di farro tostato e sale preparata dalle Vestali in tre particolari giorni dell’anno sacrale: immolare est mola, id est farre molito et sale, hostiam perspersam sacrare, Festo, De verborum significatu, p. 97 Lindsay, sv. Immolare), non è la distruzione, ma la trasformazione della vittima, renderla sacra (sacrum facere) trasferendola nella sfera divina: è un dono fatto a Dio in segno della propria assoluta sottomissione. Non si offrono, infatti, a Dio soltanto animali, ma anche i frutti della terra (cfr. Gn 14,18; Eb 5-7), specialmente le primizie. La mactatio è solo il mezzo per realizzare un’offerta. (su tutto ciò G. Graneris, La vita della religione nella storia delle religioni, Torino, Sei, 1980, 201-299; per sant’Agostino cfr. pure CCC 2099). La morte di Cristo poi è la conseguenza del peccato degli uomini (Rm 5,12; 6,23; Fil 2,8; Gv 1,29), ma anche il mezzo del passaggio di Gesù al Padre (Gv 13,1).

Non è pertanto fuori luogo tentare di approfondire la teoria del sacrificio sul tronco della dottrina esposta egregiamente da Pio XII nell’enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947), nella parte II, 1, in cui egli si rifà al dogma tridentino (Sess. XXII, DS 1738-1759, cfr. CCC 1367). Pio XII spiega che “la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il sacrificio del nostro Redentore con segni esteriori che sono simboli di morte. Giacché, per mezzo della transustanziazione del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche, poi, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue. Così il memoriale della sua morte reale sul Calvario si ripete in ogni sacrificio dell’altare, perché per mezzo di simboli distinti (per distinctos indices) si significa e dimostra che Gesù Cristo è in stato di vittima“. Non si vorrà negare che il sacrificio di Gesù sulla croce sia consistito nella sua passione e morte (la risurrezione è propriamente il suo effetto, la risposta del Padre), e che il sacramento, in quanto segno sacro, deve in qualche maniera significarlo. È ovvio che l’essenza del sacrificio è l’atto interiore di oblazione-amore.

Ma perché il sacrificio della croce si rinnova sull’altare? Già sant’Agostino scrisse che Cristo sacerdote volle un sacrificio della Chiesa, perché Lei, suo corpo, imparasse a offrire sé stessa per mezzo suo (Sant’Agostino, De civitate Dei 10,20, cfr. pure CCC 1372). Anche il Concilio di Trento insegna che Cristo ha lasciato alla Chiesa sua Sposa un sacrificio visibile, perché in esso venisse offerto dai sacerdoti per l’applicazione della virtù salvifica del suo sacrificio (Sess. XXII, cap. 1; DS 1740-1741).

Pertanto si può dire che il sacrificio eucaristico è semplicemente applicativo da parte di Cristo, essendo memoriale-rinnovamento sacramentale del suo unico sacrifico della croce, ma comporta insieme una novità da parte della Chiesa, cioè di noi, in quanto dobbiamo appropriarci del sacrificio di Cristo, inserendoci in esso, diventando insieme con Lui vittime che si offrono, consacrano, donano filialmente a Dio Padre. Questa offerta di noi stessi s’inizia nell’offertorio in cui la Chiesa presenta, in segno della propria offerta, i suoi poveri doni di pane e vino. Questi poi vengono trasformati, (transustanziati, s’intende) nella consacrazione, e così devoluti nella sfera divina, divenendo corpo e sangue di Cristo. Ma nel momento stesso e con l’atto stesso con cui si perfeziona il sacrificio della Chiesa (in tale senso “assoluto”), esso diventa tutt’uno con il sacrificio di Cristo, sacramentalmente presente e operante (sacrificio relativo). Qualcuno ha paragonato l’altare al talamo nuziale di Cristo e della Chiesa e vi si può applicare la parola di san Giovanni Battista sulla sua funzione di amico dello sposo di unire lo sposo e la sposa (Gv 3,29): è il compito del sacerdote celebrante (cfr. LG 10b; grazie al sacerdozio ministeriale si attua ed esercita il sacerdozio comune dei fedeli; cfr. anche Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis 16). Infine, a opera dello Spirito Santo, come è avvenuta la consacrazione, così avviene anche poi (vedi le due epiclesi, prima e dopo la consacrazione), nella santa comunione, il passaggio delle nostre persone nella sfera divina, in qualità di figli di Dio Padre, destinati alla risurrezione futura, della quale l’eucaristia è il germe. Effetto del sacrificio, quindi, è la vita divina in noi (grazia), mentre mezzo ne è la morte al peccato (cfr. Eb 9,23-28).

In quest’azione il sacerdote celebrante si unisce a Cristo vittima: è vittima, perché sacerdote (cfr. PO 13), mentre i fedeli esercitano il loro sacerdozio comune, in quanto vittime, offerenti e consacranti sé stessi a Dio Padre (cfr. LG 11a; PO 5c).

Da questi cenni segue l’importanza della partecipazione spirituale al sacrificio eucaristico, già a partire dall’offertorio, in cui presentiamo a Dio noi stessi mediante i doni simbolici; poi la necessità della partecipazione spirituale (“sacrificio spirituale e perfetto”, del Canone Romano, “sacrificio perenne a te gradito”, Preghiera eucaristica III) alla consacrazione e alla relativa preghiera del Canone. Per partecipare con frutto alla santa messa (cfr. SC 48a, 59a) bisogna che impariamo a offrirci con Cristo e mediante Lui a Dio Padre, quali figli obbedienti (cfr. Eb 5,8). Mentre durante la liturgia della Parola aderiamo a Dio mediante la fede (professata poi esplicitamente nel Credo), nella liturgia eucaristica esercitiamo prima la carità verso Dio Padre, consistente nell’osservanza dei suoi comandamenti (cfr. 1Gv 5,3), nella sua parte sacrificale, e poi la speranza, in quanto la santa comunione eucaristica ci viene data come pegno della nostra risurrezione futura (cfr. Gv 6,54; 11,25).

 

Fonte: Don Ivo Cisar, In che senso l’eucaristia è sacrificio, da “Palestra del Clero” 73 (1994), 215-217.