Perché la sofferenza? (W.Scotti)

“Perché la sofferenza? Perché la malattia? Perché la morte?”

Ogni essere umano nel corso della sua vita è obbligato a porsi queste domande.

Se ci limitiamo ad essere spettatori delle sofferenze degli altri e siamo troppo presi ad occuparci solo del nostro benessere, potremmo rispondere facilmente e in modo superficiale che la sofferenza fa parte della vita, che il mondo è fatto così…..

Ma nel momento in cui facciamo l’esperienza diretta della sofferenza o perché ci ammaliamo o perché la malattia e la morte colpiscono i nostri affetti più cari, allora andiamo in crisi, non possiamo più rimanere indifferenti e superficiali, ma siamo obbligati a dare una risposta più seria e profonda, se non vogliamo essere preda della disperazione.

Ecco perché molto spesso una fede assopita si ridesta e rinasce proprio a causa della sofferenza.

Come spiegarsi la sofferenza che all’improvviso ti colpisce senza la luce della fede?

La sofferenza, la malattia, la morte sono contrarie alla natura dell’uomo, che è stato creato da Dio non per soffrire ma per essere felice, non per morire, ma per la vita eterna.

E’ difficile però lasciarsi consolare da queste parole quando si soffre, quando si sa di avere una brutta malattia e ci si deve sottoporre a cure estenuanti con poche speranze di guarigione. Invece è facile chiedersi: “ perché proprio a me? Cosa ho fatto di male? Perché il Signore mi manda questa sofferenza?

Siamo anche capaci di dire che Dio è ingiusto perché permette che nel mondo ci siano tante ingiustizie e che moltissime persone innocenti ,soprattutto bambini, soffrano in modo disumano a causa della fame, delle guerre, della miseria e delle malattie e anche a noi manda delle sofferenze che non meritiamo, perché non abbiamo fatto nulla di male. Ma Dio non è rimasto a guardare dal cielo l’umanità che soffre, ma ha mandato il suo figlio Gesù Cristo a condividere con l’uomo la sofferenza e perfino la morte. Nessuno più di Dio può comprendere ogni nostra più piccola sofferenza e nessuno più di Dio ci è vicino nel nostro letto di dolore quando non c’è più nessuna speranza e solo la morte ci aspetta, perché Lui stesso per mezzo di Gesù Cristo ha sofferto ed è morto.

Nella mia vita ho imparato che Dio è Padre buono e non ci punisce, ma ci ama in un modo così straordinario che noi non riusciamo a concepire.

Dio ama tutti senza distinzioni: i santi e i peccatori per Lui sono ugualmente amabili. Il Signore non vuole la nostra sofferenza, ma questa è una condizione a cui l’uomo è obbligato a sottostare perché il peccato e la morte , che non vengono certo da Dio, ma dal maligno , hanno corrotto la perfezione della creazione.

Ma siamo chiamati alla Speranza! Gesù Cristo che ha condiviso in tutto e per tutto la nostra condizione umana, tranne che nel peccato, attraverso la sua morte, ha vinto definitivamente la morte con la sua gloriosa resurrezione, aprendoci le porte dell’eternità.

Ecco che allora ogni sofferenza umana vista alla luce della Fede acquista un valore inestimabile, perché associata alla sofferenza redentrice di Cristo. In ogni persona che soffre e quindi in ogni ammalato è presente Cristo.

Dobbiamo rispettare, amare, contemplare chi ha il volto sfigurato dalla sofferenza perché in quel volto si nasconde l’effige di Cristo crocifisso.

Forse spesso, noi medici che siamo quotidianamente a contatto con le sofferenza umana, ci dimentichiamo di questo: probabilmente l’abitudine a vedere di fronte a noi un ammalato ci porta a sottovalutare la sofferenza altrui ,di vedere “il caso” e non “il vissuto” della persona. Ma in questi anni di lavoro in ospedale ho capito una cosa : ogni volta che si ha di fronte una persona che soffre, bisogna ricordarsi prima di tutto che quella persona ha bisogno di essere ascoltata, di essere capita e poi di essere curata.

Molto spesso invece ci si limita a curare la malattia, ma non basta. E’ giusto che un buon medico sia preparato e sappia far bene il suo lavoro, curando il paziente con le migliori e più moderne tecniche, ma il suo primo dovere è quello di mettere al centro delle sue attenzioni la persona malata e non le tecniche. La mia esperienza mi fa affermare che un ammalato preferisce essere curato da un umile medico dal volto umano più che da uno scienziato che lo tratta solo come un caso clinico.

Nella mia professione non mi capita spesso di curare malati gravi, ma lavorando in un reparto di maternità, mi capita molto più frequentemente di prestare la mia opera ad una mamma che soffre per mettere al mondo la sua creatura. Chi non è mai stato vicino ad una donna in travaglio forse non immagina neanche cosa significa! L’ansia di una madre che non vede l’ora di vedere il suo bambino:” sarà sano? Andrà bene il parto?” Le contrazioni che tolgono il fiato, che si fanno sempre più dolorose e frequenti. A volte si vivono anche momenti drammatici, in cui intervengono delle complicazioni che mettono a rischio la vita della madre e del bambino che ancora deve nascere. Anche questa è sofferenza…..e che sofferenza! Ma presto tutto , con l’aiuto di Dio, si trasforma in un gran pianto liberatorio di gioia, quando finalmente si sente il vagito di un bambino che viene alla luce.

Il mio lavoro mi ha insegnato che la sofferenza è preludio alla gioia. Non posso fare a meno di partecipare intimamente alle sofferenze di quella madre, nonostante l’abitudine, e prego il Signore di guidare le mie mani, quando sono necessarie, a che tutto vada per il meglio. Ma condividendo la sofferenza condivido anche la gioia della venuta al mondo di un’altra meravigliosa creatura, che è immagine e somiglianza di Dio.

 

Walter Scotti, diacono, Perché la sofferenza

Fonte: www.diaconicomo.it.